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Oncoematologia

Verso la medicina di precisione nella terapia del linfoma diffuso a grandi cellule B

Il linfoma diffuso a grandi cellule B è una forma aggressiva di linfoma per cui, nonostante i farmaci già esistenti, c’è un forte bisogno di migliorare l’efficacia delle terapie: ci sono infatti ancora pazienti la cui malattia non risponde alle armi oggi disponibili. Per migliorare la sopravvivenza dei pazienti e trovare soluzioni terapeutiche che abbiano minori effetti collaterali, i ricercatori sono al lavoro per individuare possibili punti deboli delle cellule malate. Uno di questi è NOTCH, un bersaglio presente sulla cellula che interagisce con il microambiente tumorale ed è coinvolto nello sviluppo di meccanismi di resistenza ai farmaci: legandosi a molecole presenti intorno al tumore, NOTCH infatti forma una sorta di scudo attorno alle cellule malate, uno scudo che rende difficile ai farmaci penetrare per curare la malattia. Individuare l’azione di questo recettore e costruire delle molecole in grado di modularlo significherebbe aprire l’era della medicina di precisione anche nel campo dei linfomi. Da anni, il recettore NOTCH e i suoi legami con il microambiente sono al centro del lavoro dei ricercatori del dipartimento di Medicina dell’Università di Perugia, in particolare di Paolo Sportoletti. “Grazie al supporto di Gilead, abbiamo iniziato diversi anni fa a studiare NOTCH nel contesto della leucemia linfatica cronica. Ora abbiamo spostato la nostra attenzione su altre patologie linfoidi per vedere se anche in quei casi il recettore avesse un ruolo. Il focus ha interessato una forma di linfoma diffuso a grandi cellule B che si presenta come complicanza nella leucemia linfatica cronica, la Sindrome di Richter, nella quale abbiamo dimostrato il peso delle interazioni di NOTCH con il microambiente nella genesi della malattia” afferma Sportoletti. Il progetto, “Dissecting context-dependent NOTCH/ligand network and its interactions with distinct immune evasion pathways in DLBCL biogenesis and prognostication”, vincitore del Fellowship Program nel 2019, ha portato alla pubblicazione dello studio su The Lancet Oncology e ha coinvolto un gruppo numeroso di ricercatori, costituito da biotecnologi, clinici e medici, ed è stato condotto con la tecnica dell’immunoistochimica, che permette di individuare le interazioni che avvengono dentro e fuori dalle cellule. “Grazie ai finanziamenti dei Bandi Gilead abbiamo potuto intraprendere un nuovo percorso di ricerca, che si innesta su quello che abbiamo svolto negli anni passati sulla leucemia linfatica cronica ma amplia i contesti nei quali studiamo NOTCH ai linfomi diffusi”, continua Sportoletti.

Il progetto ha analizzato un totale di 50 pazienti con linfomi diffusi a grandi cellule B e Sindrome di Richter e ora vuole ampliare la platea di pazienti analizzati grazie all’immunoistochimica, in modo da espandere i dati e dare potere statistico alle osservazioni fatte. Inoltre, l’idea è quella di iniziare una serie di test preclinici che possano consolidare le informazioni agendo su NOTCH, per vedere se la presenza o l’assenza della molecola modifica l’atteggiamento delle cellule neoplastiche. L’ambizione è poi quella di passare dal modello in vitro a quello in vivo e in ultimo alla sperimentazione su umano, per disegnare nuovi farmaci potenzialmente in grado di affiancare le attuali terapie o addirittura sostituirle con un approccio di precisione.

 

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